Sempre più difficile tenere il passo e scrivere, tra lavoro e inquietudini. Sono passati un certo numero di film, ma non quanti avrei voluto. Partiamo dall’ultimo, l’ultimo Ozpetek (Le mine vaganti), che dopo essersi lasciato andare a insopportabili drammoni ha fatto un film corretto, molto malinconico sotto la commedia, misurato ed emozionante, con attori che appaiono più belli e più bravi del loro solito (la metà viene dalla fiction).
Ottimo giro di cineforum che ha proposto un Loach meno senile (Il mio amico Eric), indubbiamente consolatorio ma che non tralascia durezze (fino a che punto può essere consolatoria la schizofrenia?).
Ha fatto seguito il decisamente più faticoso Welcome di Philippe Lioret: il suo peggior limite è nella recitazione gommosa di Lindon, all’interno di una storia dalla durezza senza sconti, che ne è invece il maggior pregio.
Giustamente divertente poi, su una struttura da commedia molto classica, il tedesco Soul Kitchen di Fatih Akin, con una menzione speciale ai titoli di coda.
Televisivamente è tempo di attesi ritorni. Riprende Dexter, che alla quarta stagione riesce ancora a trovare spunti fortunati e appassionanti. Riparte anche Flash forward, dopo la bizzarra pausa di tre mesi, e inizia a sciogliere, in modo convincente, alcune delle questioni che si erano un po’ pesantemente accumulate nei primi dieci episodi.
E’ ricominciato anche Boris, che in questa stagione pare insistere di più sulla pretesa qualità televisiva: la tenuta comica c’è, ma inizia ad essere ripetitiva. Ha decisamente deluso, dopo un pilota promettente, Bored to death, mentre invece, sebbene la sit-com non potrà mai essere il mio genere d’elezione, inizia a piacere il recuperato My name is Earl, il cui protagonista dal fascino gonzo si muove in una fotografia che richiama il compianto Malcolm.
Citazione del mese: “Il mondo deve essere abbastanza grande per contenere ogni mio errore”

Io ho trovato Il mio amico Eric di una noia mortale! Quel calciatore - oltre che produttore del film - era patetico, dava dei consigli inutili al poveruomo protagonista... Ricordo la scena della tromba e quella del "Basta!" col pugno sul tavolo: insignificanti!
RispondiEliminaEppure mi ritrovo molto spesso con le recensioni di critici e non: perché stavolta sono scappato via dalla sala a film in corso? Non ho capito un mambo della cifra stilistica di Loach?
"Il mio amico Erico di una noia mortale".... premesso che ho grande rispetto del principio del godimento personale e del diritto sacrosanto all'abbandono della sala, credo che il film di Loach intendesse essere un po' più di una banale commedia dai risvolti soprannaturali. Cantona ha uno statuto di realtà che è tutto nella testa, palesemente anche se bonariamente disturbata, del protagonista. E credo sarebbe stato poco credibile che uno schizofrenico della working class, perennemente sotto gli effetti di birra e marja, desse vita ad un alter ego diverso da quello. Il film vuole lasciarci col sorriso da happy end, e questo forse di questi tempi, ad alcuni, può sebrare una scelta sciocca (non a me, in ogni caso), ma non tralascia di descrivere la banalità del male e, recuperando le vecchie abitudini dell'autore, di sbattere in primo piano la violenza ottusa delle istituzioni. Io poi il personaggio di Eric l'ho anche trovato ironico, ma ciò ricade davvero nel gusto personale e non può essere oggetto di critica. ,-)
RispondiEliminaCiao,
RispondiEliminaa mio parere, le allucinazioni nel cinema possono essere raccontate molto male nei modi che avrebbe scelto Loach.
In genere le allucinazioni non sono come falsamente si credono, ma sono in quanto credute vere.
Però (forse) Loach non sta trattando propriamente di una allucinazione, ma di uno sviluppo positivo e individuale della idolatria capitalistica tipica della religiosità moderna.
Se il poveretto si fosse fatto visitare da uno psichiatra, forse egli avrebbe diagnosticato una semplice psicosi acuta (schizofrenia mi sembra troppo) e magari non gli avrebbe detto niente prescrivendogli solo un po' di aloperidolo.
Però nel film non ci sono gli psichiatri con le loro diagnosi e l'apparizione è quella di un campione sportivo ubiquitario che legge nel cuore del suo fan e gli corre in aiuto.
L'unico intervento concreto del calciatore/dio si nasconde nell'azione di massa. Per il resto è un dialogo intimo, un confronto tra un uomo non ancora del tutto fallito ed il suo idolo che gli rivela nella storicità del suo successo una vicenda umana e anti-olimpica: il calciatore non ha solo i piedi, ma anche una testa ed un cuore in cui trovano posto i suoi tifosi a cui regala le sue migliori prestazioni.
Credo che la credibilità del ruolo di maestro che Loach ci costruisce intorno, e che a taluni può risultare insopportabile, sia il rivolgersi agli altri come l'essere di uno spettacolo puro e la gestione del successo fornito dallo stesso spettacolo, in particolare l'aver superato un momento di crisi acuta, lontano dalle scene.
Io l'ho trovato un film molto carino. Anche se non ho la speranza di Loach nell'autorganizzazione di un gruppo di classe stretto, ho riso di gusto alla spedizione punitiva ben poco sindacale. Una spedizione nella quale Eric non si riconosce se non nel nuovamente intimo incontro finale.
Watanabe