La settimana scorsa un film svedese ha fornito la prova - ennesima - di quante scelleratezze si producano nel mercato italiano. I trailer in sala e in tv di Una soluzione razionale lo facevanno apparire come una commediola sulle coppie allargate. Si tratta invece di un film drammatico, che sicuramente guarda a Bergman ma con la disillusione di alcuni decenni più tardi, con dialoghi minimali, con la ferocia banale della quotidianità, smorzando i toni ogni volta che si desiderebbe un exploit, facendo un po' soffrire il pubblico. Un film tutto sommato abbastanza bello, con attori bravi (ma inseriti in una fotografia così scandinava da sembrare quasi cliché, ahimé).
Ancora cinema italiano: solidamente convinta che Il grande sogno sarebbe stata una clamorosa cazzata mi sono, solo in parte, ricreduta. Gli attori se la cavano, specie Jasmine Trinca. I personaggi non sono stereotipati come accade ad esempio nel '68 di Giordana (il più banale è il Libero/Argentero, mentre quello scritto meglio, nelle sue contraddizioni e incompletezze, è proprio Laura/Trinca). Nel complesso il film non fa né mitologia né superflua autocritica. Mi è parso interessante, e spero sia frutto di un intento preciso, il trattamento in parte televisivo delle immagini, la commistione di repertorio e sequenze invecchiate che pare suggerire una riflessione su come l'immagine mediale intervenga a costruire e persino a riscrivere la memoria di chi degli eventi è stato protagonista. Di tanta banalità, tra il nostalgico e il dissacratorio, che avvolge il ricordo di quei fatti questo film ha il merito di ciò che non fa.
Una nota autobiografica: mi ha fatto sorridere rendermi conto che i gruppi di studio proposti durante l'occupazione sono esattamente gli stessi che, 21 anni più tardi, vennero organizzati nella mia prima autogestione (Genovesi, Pantera...)
Ancora cinema italiano: solidamente convinta che Il grande sogno sarebbe stata una clamorosa cazzata mi sono, solo in parte, ricreduta. Gli attori se la cavano, specie Jasmine Trinca. I personaggi non sono stereotipati come accade ad esempio nel '68 di Giordana (il più banale è il Libero/Argentero, mentre quello scritto meglio, nelle sue contraddizioni e incompletezze, è proprio Laura/Trinca). Nel complesso il film non fa né mitologia né superflua autocritica. Mi è parso interessante, e spero sia frutto di un intento preciso, il trattamento in parte televisivo delle immagini, la commistione di repertorio e sequenze invecchiate che pare suggerire una riflessione su come l'immagine mediale intervenga a costruire e persino a riscrivere la memoria di chi degli eventi è stato protagonista. Di tanta banalità, tra il nostalgico e il dissacratorio, che avvolge il ricordo di quei fatti questo film ha il merito di ciò che non fa.
Una nota autobiografica: mi ha fatto sorridere rendermi conto che i gruppi di studio proposti durante l'occupazione sono esattamente gli stessi che, 21 anni più tardi, vennero organizzati nella mia prima autogestione (Genovesi, Pantera...)

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