mercoledì 4 agosto 2010

dei rapporti di potere

Dimmi perché ti desidero ancora, perché il tuo nome ritorna
come l'ascia alla ferita in una amara visita di mezzanotte,
ai bordi di un cimitero dove larve moltiplicano
umide bave, infinito inventario di goffagini,
dimmelo dal nulla dietro cui adesso ti barrichi, dimmi
perché mi basta comporre un meccanismo elementare di sillabe,
digitare nel cuore della nebbia le cifre del tuo nome
per essere nella solitudine
sopraffatto dalla speranza di una impercettibile migrazione di dita nei miei capelli,
di una fraganza in cui abita il muschio.
(J. Cortàzar, Aftermath)

venerdì 23 luglio 2010

the river

Lasciar languire un blog non è certo una bella cosa. Tuttavia le cose accadono, cadono, precipitano e le parole non gli stanno dietro. Anche perché nominare sarebbe individuare, conoscere… E invece ci sono flussi in cui trovarsi immersi, con l’acqua alla gola. A sedimentarsi solo emozioni brute, sul fondo. Un fondo melmoso in cui è difficile sostenere il registro di una scrittura pubblica senza scivolare, inciampare, impantanarsi nelle pieghe dell’intimità…
Dopo tante settimane dovrei iniziare con dei ringraziamenti, in ordine sparso. Il primo va ad un romanzo così potente da fare della lettura in certi passaggi un’esperienza fisica, tattile, disturbante: Santa Mira di Gabriele Frasca. Romanzo che fa desiderare l’amicizia per condividerlo e parlarne… (con tutto il pudore di pensare al volto dell’autore via via che proseguivo).
Seguendo la scia di più associazioni possibili, ma soprattutto quella di una più ampia gratitudine, le linee nere di Luk con Refusenik, che hanno aperto una faglia nel pensiero (riuscirò a saltare abbastanza in là? bella domanda…. mi sto impantanando). Ciò che più mi piace è il racchiudere nel bianco, là dove la punta di pennarello/pennello non si posa, spazio, colore, temperatura… Peccato debba essere privilegio per pochi/giubilo nell’elezione…
… seguendo il greto del fiume, il colore c’è, ma tradisce la linea per farsi altro in Rosso oltremare, di Manuele Fior: nello sdoppiarsi delle vicende il filo continuo di un corpo che attraversa il tempo, con la sua essenza greve.
E ancora il corpo e il suo maldestro posizionarsi nel tratto, solo apparentemente più intellegibile, di Alfred, Non morirò da preda.
Anche a volersi storioni, non è sempre caviale (reminiscenza di stolte letture adolescenziali) e si incappa in soggetti meno intriganti, come il Blotch di Blutch. Ma poi, per fortuna, Etienne Schréder racconta in bianco e nero le sue Amare stagioni.
L’idea del corpo, la sua immagine, unica zavorra, mi suggestiona anche al cinema. Ed è per questa ragione che la Ragonese, col suo sorriso sottile e di lana vestita, in Dieci inverni, mi illanguidisce (al pari della bislacca ma accattivante ipotesi che due corpi possano cercarsi nel tempo, schivarsi, perdersi altrove e ritrovarsi in un qui sospeso nel dopo).
Ancora il corpo, i corpi, il sesso sembrano essere l’unica via di fuga, in primo luogo da un sé represso e smarrito, in Io sono l’amore di E. Gabriellini (certo, quando il corpo è quello diafano e sfuggente di Tilda Swinton tutto appare più facile, anche digerire la lentezza e l’incongruente).
E dopo, recuperando, precariamente, la riva, guardando allo specchio dell’acqua:
Bilan
Alla fine non rimane che distanza,
stili, sciocchezze affettuose,
e sempre di più qualcosa di meno, miseria
in cui tuttavia si sta comodi.
Sempre di meno qualcosa di più.
Vita,
pantaloni con toppe alle ginocchia,
pianticella di lattuga agliata
per la cocorita
(Julio Cortázar, Ultimo round, trad. di E. Mogavero)
Sembrerebbe indispensabile, per chiudere, poter condividere un sapore, come quello della birra amara, o un suono…. ah, ma quello si può:

martedì 15 giugno 2010

a parole sue

è passato di tutto. la primavera la morte la rabbia il panico lo sgomento il sollievo gli amici le case le cose i denti le pellicole. resta molto, ma non le parole per dirlo. e allora tanto vale... a parole sue


sabato 27 marzo 2010

che fretta c'era maledetta primavera

Sempre più difficile tenere il passo e scrivere, tra lavoro e inquietudini. Sono passati un certo numero di film, ma non quanti avrei voluto. Partiamo dall’ultimo, l’ultimo Ozpetek (Le mine vaganti), che dopo essersi lasciato andare a insopportabili drammoni ha fatto un film corretto, molto malinconico sotto la commedia, misurato ed emozionante, con attori che appaiono più belli e più bravi del loro solito (la metà viene dalla fiction).

Ottimo giro di cineforum che ha proposto un Loach meno senile (Il mio amico Eric), indubbiamente consolatorio ma che non tralascia durezze (fino a che punto può essere consolatoria la schizofrenia?).

Ha fatto seguito il decisamente più faticoso Welcome di Philippe Lioret: il suo peggior limite è nella recitazione gommosa di Lindon, all’interno di una storia dalla durezza senza sconti, che ne è invece il maggior pregio.

Giustamente divertente poi, su una struttura da commedia molto classica, il tedesco Soul Kitchen di Fatih Akin, con una menzione speciale ai titoli di coda.

Televisivamente è tempo di attesi ritorni. Riprende Dexter, che alla quarta stagione riesce ancora a trovare spunti fortunati e appassionanti. Riparte anche Flash forward, dopo la bizzarra pausa di tre mesi, e inizia a sciogliere, in modo convincente, alcune delle questioni che si erano un po’ pesantemente accumulate nei primi dieci episodi.

E’ ricominciato anche Boris, che in questa stagione pare insistere di più sulla pretesa qualità televisiva: la tenuta comica c’è, ma inizia ad essere ripetitiva. Ha decisamente deluso, dopo un pilota promettente, Bored to death, mentre invece, sebbene la sit-com non potrà mai essere il mio genere d’elezione, inizia a piacere il recuperato My name is Earl, il cui protagonista dal fascino gonzo si muove in una fotografia che richiama il compianto Malcolm.

Citazione del mese: “Il mondo deve essere abbastanza grande per contenere ogni mio errore”

Colonna sonora:

giovedì 28 gennaio 2010

upgrade (l'inizio dell'anno è iniziato da un pezzo)

Bisognerebbe scrivere e bisognerebbe lavorare. Bisognerebbe impegnarsi, nelle azioni di routine e negli sguardi alle persone che ci stanno intorno, spesso attonite, a volte sofferenti. Bisognerebbe smettere di arrancare ad essere ciò che non si riesce, ciò per cui non si ha la stoffa. Ma bisognerebbe anche darsi tregua, darsi fiato, darsi tempo, darsi cura, ogni tanto…

Folioterapia, rannicchiandosi tra le pagine quando Fuori è troppo altro, troppo grande e minaccioso.
Una donna spezzata di Simone de Beauvoir, ad esempio, per camminare a passi lenti sulla via del tradimento, della narrazione di sé smentita e mortificata, delle proprie certezze messe alla berlina.
Probabilemente lei, con la sua buona educazione e un bel paio di stampelle ideologiche, una via di fuga dalla solitudine la vedeva, alla fine del dolore, una celata possibilità di essere madre o compagna anche oltre clichés… Fatto sta che sono trascorsi più di quarant’anni, che le nostri madri hanno probabilmente perso la partita con gli ideali, con i loro compagni più deboli oggi di ieri…
“Mi sono messa a piangere sulla sua spalla; lui mi accarezzava i capelli.
- Non piangere, non voglio che tu sia infelice. Ti voglio tanto bene.
- Mi hai detto che non mi amavi più da otto anni.
- Ma no. Te l’ho detto, che non era vero. Ti voglio bene, moltissimo.
- Ma non mi ami più d’amore?
- Ci sono tante specie d’amore.
Ci siamo seduti, abbiamo parlato. Io gli parlavo come a Isabelle o a Marie Lambert, con confidenza, con amicizia, con distacco: come se non si fosse trattato di noi, della nostra storia. Era un problema che discutevamo, imparzialmente, gratuitamente, come avevamo discusso di tanti altri. Io mi sono di nuovo stupita del suo silenzio durato per otto anni. Lui mi ha ripetuto:
- Dicevi che saresti morta di dolore…
- Eri tu che me lo facevi dire: l’idea di un’infedeltà sembrava darti una tale angoscia…
- Infatti mi angosciava. E’ per questo che tacevo: perché tutto continuasse come se non ti tradissi… era un fatto magico… e poi, naturalmente, mi vergognavo…”

Quanto a donne in difficoltà c’è stato anche, di passaggio, La passione di Artemisia di Susan Vreeland.
Dopo tante lacrime sono tornata ai classici, ché l’ironia di Sterne mi traesse in salvo (La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo), ricollocando le inezie quotidiane nelle giuste proporzioni di un quadro più ampio e variegato… [ma non è ancora finito].
Battuta d’arresto sulle figure: L’uomo che cammina di Taniguchi è troppo serafico per questi giorni inquieti e forse mi riconosco più facilmente nel Gourmet che indaga sapori, come a riempire un vuoto enorme (nel volumetto economico Repubblica di qualche stagione fa).
E poi, finalmente, è stato pubblicato in Italia (oh, quanto l’avevo atteso!) Chris Ware: Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra non può esser detto, va letto e basta.

Dovendo prima o poi mettere il naso fuori, si può addirittura scoprire un bel film italiano, che non segue necessariamente le soluzioni visive e narrative più scontate: La doppia ora di Giuseppe Capotondi. Delude invece zio Sam con un Mondo dei replicanti un po’ stucchevole, e non convince del tutto la perfida Albione, con una rilettura di Sherlock Holmes un po’ troppo vitaminica, che guarda a Gregory House (a detta di Roberto), ma con buon ritmo e discrete scenografie (digitali).

Colonna sonora dei tradimenti:

venerdì 4 dicembre 2009

Per grandi e piccini

Lettura a colori, favole e fumetti negli ultimi giorni. Felici esiti dei suggerimenti amicali.

I dolori sono mostriciattoli in bianco e nero che si dondolano e si aggrappano alle pieghe della nostra pancia mentre creature sbilenche, mostri depressi, animali improbabili popolano i racconti di Roman Dirge (I mostri nel mio pancino – Elliot ed.): la traduzione delle rime talvolta arranca, ma le sfumature di grigio, i vuoti occhietti tondi pieni di sgomento che popolano le pagine colmano tutte le lacune.

Semplicemente perfetto, ma di una semplicità che è profonda e intensa e complessa è l’albo di Wolf Erlbruch La grande domanda (edizioni e/o). Le grandi figure a collage si stagliano sul bianco caldo del foglio, spazio illimitato oltre il margine di cartoncino… Poetico, se significa emozionante e straniante, ma più solare, meno struggente de L’anatra, la morte e il tulipano, che resta il mio preferito.

A conferma delle piacevoli sensazioni ricavate dalla lettura di Animals, Bastien Vivès con Il gusto del cloro (Blackvelvet ed.) descrive tutto un ventaglio di emozioni quotidiane, banali, una storia fatta di silenzio e eventi minimali, in un esercizio quasi monocromatico dove spesso il tratto lascia il passo alle macchie compatte di colore.

Ho trovato belle le storie ma poco nelle mie corde i disegni di Jean-Claude Denis in Qualche mese a L’Amélie (Coconino press). Lo stile mi pare si inserisca pienamente nella tradizione francese ma la costruzione delle tavole non sembra adattarsi alla materia del racconto, che resta quasi una cosa a sé.

Sempre riuscite invece le storie di Gipi, tanto quando affidate agli scarni e un po’ sporchi tratti di penna che quando si stendono lungo le pennellate d’acquerello. Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di veramente bello in Diario di fiume e altre storie, per Coconino press.

[special thanks to Francesca, Antonio, Internazionale]

venerdì 27 novembre 2009

... e 3

Lavoro in corso, lavori terminati. Giorni di sole quasi estivo e pioggia torrenziale di ritorno. Una primavera fuori tempo nella testa…
Con il giusto controllo sono andata incontro ad alcune storie di perdita e spaesamento. Al cinema un non molto riuscito film italiano, Tris di donne e abiti nuziali di Vincenzo Terracciano, troppo assorto sul protagonista ed i primi piani per ottenere un buon risultato, ed è un peccato. Fortissimo e coinvolgente invece il quasi documentario Below sea level di Gianfranco Rosi. Il regista ha seguito per cinque anni un gruppo di homeless che vive nel deserto californiano, senza acqua, senza elettricità… Per quasi due ore si percorre il crinale tra la normalità e il fuori, tra dolori covati, desideri non sopiti e faticose prese di coscienza. Il regista era in sala ed ha confermato, nei suoi aneddoti, la forza di alcune riprese. Molto efficace la fotografia.
Addii e perdita anche nel breve romanzo di Philip Roth Everyman. Attraverso un racconto in terza persona che si fa soggettiva emotiva recupera la vita di un uomo qualunque, del suo corpo malato, delle sue passioni, della difficoltà di andare incontro al limite, ed accoglierlo.
Altre volte i limiti sono semplicemente mentali, come suggerisce L’uomo che fissa le capre, elogio postumo a Timothy Leary zeppo di citazioni e metacitazioni, dove gli attori fanno il verso alla propria carriera in un pastiche a metà tra i Cohen e il Gillian di Paura e delirio… divertente, a tratti esilarante, ma senza profondità.
La potenza salvifica del chiudersi in una sala buia è confermata, oltre che dall’estetica dello squallido che pervade il tutt’intorno, anche dagli esiti fallimentari dei noleggi video:
The spirit di Miller è un pendolo che oscilla tra la noia e l’insulso, gridando vendetta al cospetto del dio Eisner. Altrettanto ignobile il moralistico Live! di Bill Guttentag, dove le pur sode rotondità di Eva Mendes appare evidente che non sostengono 96’ di pellicola (e tantomeno le ernie inguinali del pubblico).