martedì 17 novembre 2009

autocitazione, in un certo senso

Ho scoperto di recente l'esistenza di una poesia che porta il mio nome e che in realtà proprio di me parla. Si badi, non si tratta mica di cazzate alla Bondi (altra tautologia, esagero ultimamente) bensì di una raccolta di poesie di un vecchio amico di mia madre che, all'epoca del ricordo che deve averlo ispirato, per me era una enigmatica figura sottile con i baffi, spesso silenzioso, che si assunse l'onere di una (allora, preinternet) complicata ricerca sul mio onomastico e l'origine del mio nome. Insomma, adesso c'è questa raccolta di poesie, di cui alcune davvero belle, che ha persino una prefazione di Agamben. Lui si chiama Francesco Nappo e questa Sera della piccola Nadia mi riporta molto lontano, a quegli anni '80 non ancora intrisi di pop scadente e sofferenza, in cui la casa di mia nonna era l'unica idea di casa che sapessi concepire, i miei genitori, in realtà tanto giovani, mi apparivano sicuri e sorridenti e c'era sempre il sole, anche sotto la pioggia...

Guarda: danza la figlia
appare e dispare
da tutte le stanze

domenica 8 novembre 2009

alti e bassi

Passati i morbi si torna finalmente al cinema. Up in 3d è molto bello pur senza aggiungere nulla di nuovo sul piano dei temi o dello stile, anzi, si presenta come un racconto piuttosto tradizionale, ma i personaggi sono simpatici, la storia commovente e i tempi perfetti. (Ok, non è wall-e, ma non può esser sempre caviale). Altro film che mi sentirei di definire "tradizionale" è il Nemico pubblico di Michael Mann: un gangster movie con note mélo che non fa la caricatura al genere ma tenta piuttosto di recuperarne la lezione dell'età dell'oro, come viene esplicitato verso la fine. Bravi gli attori e bella la fotografia, meno sopra le righe che in altri film di Mann. La ricostruzione delle ambientazioni ha inoltre il pregio di non scadere nel vintage. Insomma, un film bello soprattutto per ciò che non fa... Nota positiva, anche se piccola piccola, se la becca pure un film italiano piccolo piccolo (riconosco la tautologia), Cosmonauta.
Devo invece segnalare la forte noia procuratami da Kung fu Panda, a conferma del mio scarso feeling con le produzioni Dreamworks. Chiudo con una lista di film superflui, a monito dei lettori: Il patto dei lupi, L'ombra del sospetto, L'uomo che ama, La fiera delle vanità.

domenica 25 ottobre 2009

morbi

L’autunno si inoltra e la mia lista malanni cresce… Stavolta si è trattato di una travolgente epidemia familiare. Tra un dolore e l’altro, di natura fisica e no, e blogspot che fagocita post in fieri, non c’è molto di cui dover rendere conto.

Frost/Nixon è stato l’ennesimo film inutile di Howard, il quale si mostra sempre più legato al genere… C’è stato Tarantino, che è parso bello, sì, ma affatto epocale come altri hanno trovato. In dvd The Oxford murders, che ha pure una bella fotografia e l’idea sarebbe efficace ma il ritmo è imperfetto. E allora meglio la tv, dove elargendo il proprio obolo a Murdoch si possono godere i benefici dei primi episodi di Flash forward (che potrà anche essere l’ennesima serie che scompone e moltiplica le linee temporali ma – accidenti – per ora lo fa proprio bene). Alla terza stagione invece Dexter perde un po’ di mordente, ma la fidelizzazione è oramai troppo forte…

Dalle immagini in movimento ai movimenti in immagini va decisamente meglio e quindi le notti cupe trovano consolazione nelle figure oniriche di Taniguchi (La montagna magica), le inquietudini sentimentali nel bianco e nero di Judith Vanistendael (Sofie e Abou) e i momenti di sconforto professionale nell’ottimismo dal tratto incerto di Sualzo (L’improvvisatore).

Gli scampoli di tempo graziati dalle emicranie influenzali per ora sono dedicati all’ultimo romanzo di Nick Cave (La morte di Bunny Munro), che pare confermare tutte le belle sensazioni dell’ormai ventennale E l’asina vide l’angelo.

[E spero che tanto basti a Iosif il censore, la cui vicinanza mi è viralmente preclusa]

venerdì 2 ottobre 2009

tempus fugit

Il tempo scivola svelto e, tra un'influenza e una summer shool, gli unici rilievi sono le escursioni cinematografiche. Recuperarato al cineforum The reader, in cui il corpo sempre più bello di Kate Winslet percorre un viaggio struggente nell'intimità e nella vergogna. Il film rischiava grosso, avrebbe potuto facilmente scivolare nella retorica della colpa, e invece Daldry a mio avviso si tiene in equilibrio sul filo, lasciando che lo sguardo di Bruno Ganz o la maschera di Fiennes esprimano ciò che sarebbe ridondante dire.
Sebbene il pubblico in sala non sembrasse gradire, a me invece è piaciuto Cheri, di Frears (realizzo adesso che tutti i film di Frears mi piacciono...) in cui sulle - poche - rughe della Pfeiffer si costruisce l'architettura sadica della relazione amorosa.
Ben girato e ben recitato, anche se non altrettanto convincente nella sceneggiatura, è La custode di mia sorella, di Cassavetes jr, che non è il voglia di tenerezza di fine decennio, ma si avvicina, e forse troppo... Sarà stato per eccessive aspettative, o perchè il piccolo schermo inevitabilmente mortifica, ma The wrestler non ha suscitato entusiasmi: per quanto si possa apprezzare il coraggio di Rourke nell'esporre il proprio corpo martoriato dal tempo, inizio ad essere stanca di vedere quando gli stati uniti possano essere una terra senza speranza. Una vera crisi di claustrofobia mi ha poi provocato Io sono leggenda (dimostrando che se l'avevo evitato in sala, il mio intuito aveva ragione). L'ultima nota, tutta positiva, va a District 9, oscillante tra l'ironia e il grottesco, perfetto nelle scelte stilistiche e in tutto ciò che decide di lasciare in sospeso... ottimo cocktail di gamberi :-)

martedì 1 settembre 2009

impressioni d'agosto

Ritornata mesta alla calura soffocante di Napoli, mi arrabatto con difficoltà tra il mio libro che non vede la via e poche ore di sole puteolano, stesa come una cotoletta tentando di non pensarci troppo, finendo inevitabilmente a pensarci molto…

Gli arretrati che avrebbero meritato condivisione si sono accumulati nelle settimane e oramai non trovano più il loro senso. Ci sono stati Pomigliano e Vico e Mercogliano con le loro serate jazz, gratuite o economiche, c’è stato Sandoval che è un po’ tamarro, ma un tamarro meraviglioso, Bosso, che quando sta sul palco ha un’aria modesta che te lo fa simpatico, musicisti di colore ottantenni con un’energia che io – ahimé – neppure a vent’anni, e pianiste orientali che ogni nota è sembrato la stesse suonando sulle tue vertebre, per il fremito…

Ci sono stati, talvolta fugaci, gli amici, i loro piccoli figli, l’emozione anche di solo un breve messaggio. C’è stato il Portogallo (che troverà a breve il suo spazio) e Venezia.

Ecco, due righe per la Biennale ci vogliono, ma non saranno benevole: più che Fare mondi avrebbe dovuto chiamarsi andare da fermi, ché francamente la sensazione più forte è stata un’assenza di direzioni e di cose da dire, da fare. Ciò che pure è piaciuto non è sempre parso nuovo (Barcelò al padiglione spagnolo, il lavoro sul tempo di Forgacs al padiglione ungherese, gli ospiti inquietanti di Wodiczko al padiglione polacco) mentre, nell’insieme, i padiglioni nazionali sembravano allestiti in modo sciatto, senza progetto. Il palazzo delle esposizioni ha riservato qualche – magra – sorpresa (Saraceno, Starling ma soprattutto Djurberg) mentre il padiglione italia è nel complesso imbarazzante (con le eccezioni di Berruti e Demetz). L’Arsenale è l’arsenale, ma lo è a prescindere da ciò che lo occupa. Con molti nonostante una città che si fa museo aperto (essendo già, di per sé, stucchevole museo en plein air) rapisce comunque, soprattutto liberandosi dalla dittatura dei pannelli gialli e lasciandosi andare tra i vicoli a casaccio, rischiando nel buio di finire nell’acqua, infilandosi nelle chiese o nelle dimore che ospitano la partecipazioni nazionali e gli eventi collaterali, o maledicendo le zanzare per poi inspirare l’odore del salmastro e sentirsi, inebetiti, altrove. Poi c’è l’essere insieme, a tratti sereni, e l’incontrare persone nuove lieti che esistano.

Agosto è stato punteggiato, oltre che di morsi di zanzara, di buone letture: Richard Yates, in primis, con Easter parade e Una buona scuola (Undici solitudini mi attendono stasera), Saramago con i suoi Oggetti, quasi, le Estasi culinarie della Burbery, Porno ogni giorno di M.Virgilio e Terre in disordine a cura di Braucci e Laffi.

Ovviamente poco cinema, ma Louise – Michel mi ha divertito, pur avendolo trovato, in fondo, furbamente compiaciuto. Bellissimo invece Tony Manero, che istituisce un parallelo spietato tra miseria individuale e civile. Il mese si è chiuso con l’ultimo Frears, Chéri, che, in barba ai pareri di Internazionale, a me e Roberto è piaciuto. In tv abbiamo poi intercettato il Baumbach de Il matrimonio di mia sorella, che recupera le tematiche di Il calamaro e la balena ma le sviluppa in un tono più greve e claustrofobico, sostenuto dagli attori. Sul remake di The fog preferisco tacere. E' tornato settembre e ci vuole proprio la PFM ad introdurlo, mi pare...



giovedì 9 luglio 2009

....fa caldo

Troppi giorni che trascorrono senza avvenimenti epocali. Tanto per esser chiari, appare evidente che la nostra attenzione s'è fatta troppo effimera per cogliere la portata degli eventi. E dunque l'entusiamo demenzialrock per I love rock e il nodo all'intestino dopo l'animazione da capitan america di Valzer con Bashir (ma non, non è l'animazione a far venire il nodo, anche se con la sua elementarità produce effetti talvolta poetici) evaporano mentre attraverso rivoluzioni esistenziali (o semplici rivolte) con attitudine blasée. In fondo anche le grandi cerimonie mediatiche hanno fatto il loro tempo e non tirano più (vedi MJ). Un altro Ellroy, così uguale a se stesso e perciò così avvincente (Il grande nulla) ha accompagnato le notti torride. Con un pizzico di repressione qui e di xenofobia là, tra una laccata di unghie e un summit mondiale affronteremo l'estate in forma smagliante...

sabato 13 giugno 2009

il passato è una terra assolata


Un nuovo fumetto, un vecchio film. Fil rouge: il peso del passato, la sua leggerezza.
Il film è Il grande freddo di Kasdan, alla n-esima visione. Il fumetto è Perchè ho ucciso Pierre di Olivier Ka e Alfred (trad. ita. Tunué 2009).
E in entrambi il passato sta lì, sospeso nello spazio luminoso e irreale del ricordo, sottoposto al doloroso scandaglio del qui ed ora, dei racconti che ognuno ha fatto di sé... Del film sarebbe ridondante scrivere, del fumetto - dovutamente premiato - colpiscono i colori e la tecnica mista di Alfred, che delineano in modo bello e forte le emozioni del racconto. In entrambi il passato si dissolve in un mito positivo e il presente è carico di assenza, di fatica a comprendere come si sia evoluti, o involuti, in ciò che si è diventati. Echi biografici aggiungono un po' di suggestione (la generazione dei miei genitori del film, quella dei figli come me sulla carta). In entrambi la genitorialità, anche se in un margine apparente, si profila come spazio di ottimismo e costruzione....